Server e servizi autogestiti, gruppi solidali -1

Parliamo di server autogestiti e dove, come e di chi fidarsi per conversazioni confidenziali o appunti intimi e/o pubblicazioni verso l’universo che abbiano bisogno di qualche tutela in più per esistere e resistere.

Elenchiamo in ordine casuale e parliamo di:

-https://riseup.net

-https://disroot.org

-https://autistici.org

-https://anarchaserver.org

-https://espiv.net

-https://sindominio.org

 

Eventi tech femministi, design e UX design

Musica in creative commons:
 
PUNTATA:

 
Due eventi nei prossimi giorni:
 
23 aprile: convegno
 
https://women.it/evento/convegno-immortali/
 
28 aprile2022, giovedì
 
 
Parliamo di hacking, design e consenso:
 
Piccola storiella del come sono arrivata a scegliere un ebook-reader dopo 10 anni che ne volevo uno ed ora che relazione ho con esso.
– non rispetta il mio consenso sugli aggiornamenti, li fa di nascosto appena si connette ad internet e soprattutto senza tenerconto che io devo fare altre cose, quando lo connetto ad internet, mentre esso si scarica la roba, si aggiorna interrompendo le mie azioni e si rebootta. Un bell’esempio di azienda/padrone–>Kobo. Secondo me ve ne viene in mente un altra che non vi permettere di spegnere il computer perchè deve aggiornare..
Gli aggiornamenti sono importanti, ma quanto il mio CONSENSO.
Quell’oggetto è mio, l’ho pure pagato!
 
-Hacking.. second round: Non vedrai più l’internet… L’uso di Nextcloud locali, e/o un comando dato nella cartella giusta:
python3 -m http.server
Ecco.. a quello i progettisti ci avevano pensato 🙂 e fatto di tutto per impedirmelo!
MA in fondo ci sia arriva.. a spinta!
digito nel browser il mio indirizzo IP.. e la porta dove sto esponendo i file:
http://192.168.0.4:8000
Potevo brancolare nel buio, ma invece so quel che sto facendo 🙂
Dopo altri tentativi di scoraggiarmi, ci arrivo e vinco!
 
Per il momento 🙂
 
Sapendo definire già quasi tutte le mosse scorrette delle aziende nella produzione di oggetti digitali/elettronici, forse non ho la parola per quello che mi è appena successo:
– obsolescenza programmata?
– lock-in?
– interfacce/porte non standard
– tracking/tracciamento non consensuale..? hum..
– manipolazione della realtà/gaslighting?
 
Bho..  In un certo senso si.. però non ho il termine giusto..
So comunque che tutto ciò viene dal design! hum..
 
Due pensieri sul design, che vi condivido:
 
Citazioni da scuola:
 
-https://it.wikipedia.org/wiki/La_caffettiera_del_masochista
-https://it.wikipedia.org/wiki/Ted_Nelson
 
 
Design isn’t everything, it simply touches everything
 
Il design non è “qualunquecosa”, ma tocca semplicemente tutto:
 
 
Lo riporto in italiano qui sotto.
 
Daje, gli smartphone sono praticamente sull’orlo di essere gettati nel gabinetto..  cioè.. smaltiti correttamente volevo dire.
 
Buona domenica.. e buona lettura:
 

Lettura consigliata: Il design non è “qualunquecosa”, ma tocca semplicemente tutto:

Nell’ultima settimana di ottobre 2019, ci sono state discussioni su Design Twitter sull’etica e sul fatto che le persone debbano o meno lavorare per “x azienda malvagia” del giorno.

Mi ha fatto capire che molti designer che parlano di etica lo fanno da un luogo di sentimenti agitati o di ricerca che non capisce le radici della supremazia bianca o molti degli altri mali della società che dobbiamo intrinsecamente affrontare in virtù dell’eredità e delle memorie a breve termine.

Solo un avvertimento…
Questi non sono libri di “design”. Troppi di noi rimangono bloccati in questa tana del coniglio dove crediamo che il design sia “tutto”. Ma il design non è tutto, semplicemente tocca tutto. La vita è complessa e confusa. C’è molto poco in questo mondo che può essere “tutto” o toccare tutto ciò che lo circonda, senza conseguenze.

Di cosa trattano?
I seguenti libri enfatizzano, analizzano e criticano la storia, la legge, la razza, la cultura, il femminismo, i diritti civili, la psicologia, la supremazia bianca, la sociologia e altro ancora perché credo fermamente che abbiamo bisogno di una comprensione di base per impegnarci efficacemente nel dialogo sull’etica del design. A molti di noi mancano le basi perché molte scuole di design (almeno negli Stati Uniti) ci insegnano che il design è separato da tutto il resto.

Questi libri forniranno una chiara comprensione di come siamo arrivati qui e dove stiamo andando.

Perché lo sto facendo?
Tutti i designer dovrebbero avere la capacità di impegnare conversazioni difficili con sfumature e domande impegnative. Spero che condividendo questi libri, applicherete ciò che imparate per pensare criticamente a ciò che sta accadendo intorno a voi e al vostro impatto, capendo anche come coltivare l’empatia.

Puoi avere spazio per questo e altro, nonostante quello che ti dice la società. (“Sei un designer, concentrati solo sul design” 🙄)

Capire e cambiare il nostro impatto non viene dal tuffarsi direttamente nel “bruciare tutto, ANARCHIA!!!” Anch’io vorrei bruciare tutto. Ma questo non solo fa male alle persone in alto, ma anche a quelle in basso.

Quindi come cominciamo a mettere in azione i sentimenti che abbiamo verso il cambiamento positivo che vogliamo vedere? Cominciamo guardando le persone che hanno fatto il lavoro prima di noi. Collaborando e ascoltando le comunità che vogliamo intendiamo “aiutare”.

Continuerò ad aggiungere alla lista man mano che mi verranno in mente altri libri da aggiungere.

E se avete trovato questa lista utile, per favore mandate una tazza di tè come ringraziamento.

L’elenco

Questa lista non è assolutamente esaustiva o definitiva. Prendete quello che vi serve/possibile, lasciate il resto. Tutti i libri in questa lista si collegano direttamente all’editore, ai venditori di libri indie, o a WorldCat, piuttosto che ad Amazon.

I documenti accademici sono indicati da quanto segue: 📄

Infine, assicurati di usare la Library Extension, che può controllare i libri della tua biblioteca locale. Supporta le biblioteche! ✊🏾

  • Critica culturale femminista nera di Jacqueline Bob
  • Black and Blur di Fred Moten
  • Ma alcune di noi sono persone coraggiose di Gloria T. Hull, Patricia Bell Scott e Barbara Smith
  • Discorso caraibico: Saggi selezionati di Édouard Glissant
  • 📄 “La decolonizzazione non è una metafora” di Eve Tuck e K. Wayne Yang
  • 📄 “Decolonizing Design Innovation” di Elizabeth (Dori) Tunstall (Questo è anche incluso come capitolo nel libro Design Anthropology: Theory and Practice)
  • Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire
  • Strategia emergente di Adrienne Marie Brown
  • In the Wake: On Blackness and Being di Christina Sharpe
  • Poetica della relazione di Édouard Glissant
  • La politica del design di Ruben Pater
  • Potere, privilegio e legge: A Civil Rights Reader di Leslie Bender e Daan Braveman
  • La razza dopo la tecnologia di Ruha Benjamin
  • Sylvia Winter: On Being Human as Praxis a cura di Katherine McKittrick
  • The Womanist Reader di Layli Phillips
  • Donne, razza e classe di Angela Y. Davis

///////////////

 

Per finire in bellezza…..

…. è aperta la call del TRANS HACK FEMINIST MEETING!

https://zoiahorn.anarchaserver.org/thf2022/#IT

 

Didattica Digitale Integrata ITA e FRA

 

//////////////// AGGIORNAMENTO DEL 17 APRILE 2022

10 consigli per un uso responsabile degli strumenti digitali

1. Sulla mia postazione professionale, riservo le mie consultazioni su Internet per un uso strettamente professionale.

2. Limito il numero dei miei terminali (computer o cellulare) collegati contemporaneamente ai servizi digitali del Ministero.

3. Quando è possibile, uso la mia connessione internet di casa piuttosto che la rete di telefonia mobile.

4. Quando posso gestire i miei messaggi nel mio client di posta elettronica, non uso la webmail.

5. Per le e-mail: limito il numero e la dimensione degli allegati, rimuovo le immagini dalla mia firma. Condivido i miei file tramite spazi condivisi o siti collaborativi.

6. Per preparare bene le mie riunioni, condivido i documenti in anticipo in modo da poter distribuire i download.

7. Uso messaggeri istantanei come Tchap per tenermi in contatto con i miei colleghi.

8. Non esito a inviare messaggi di testo per accelerare il mio lavoro.

MOTIVAZIONI SUL SOFTWARE LIBERO NELLE SCUOLE

http://www.arenahome.org/dir/B%20Per%20imparare%20e%20capire/informatica/musica/LinuxDossierScuola.pdf

ATTENZIONE testo del 2010!!!

Motivazioni TUTTORA ATTUALI per la scuola pubblica ad usare il software libero:

  • è pubblico a livello mondiale
  • è gestibile a livello locale (risorse umane, server, contenuti degli utenti)
  • è per sempre (non fa lock-in, è rimpiazzabile)
  • la distribuzione e copia del software in se sono gratuite
  • è trasparente, studiabile, ispezionabile, dimostrabile (i software FOSS sono comparabili)
  • è personalizzabile (se ne hanno le competenze)
  • è distribuibile senza problemi di licenza
  • fa economia delle risorse: è attento alle risorse hardware
  • è modulare, diversi software si completano tra loro
  • non ha prezzi di licenza del software e lo sviluppo successivo è condivisibile con chi ha necessità identiche

cosa non risolve:

  • si necessità di accordi di design sulla raccolta e mantenimento dei dati
  • necessita comunque di personale che fa manutenzione all’infrastruttura
  • ha comunque dei costi di aggiornamento del software ma condivisi su chi lo usa

/////////////////

Puntata originale del 10 settembre 2021:

MUSICA:

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/nang-tani

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/catacombs

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/orange-peels

 

ITALIA , vediamo un po…

https://www.miur.gov.it/documents/919804/2167214/ALL.+A+_+Linee_Guida_DDI_.pdf/73c76c98-3208-8832-dedb-e83d05abf0f3?version=1.0&t=1597058388160

GLI STRUMENTI DA UTILIZZARE Ogni scuola assicura unitarietà all’azione didattica rispetto all’utilizzo di piattaforme, spazi di archiviazione, registri per la comunicazione e gestione delle lezioni e delle altre attività, al fine di:

 

4) semplificare la fruizione delle lezioni medesime nonché il reperimento dei materiali, anche a vantaggio di quegli alunni che hanno maggiori difficoltà ad organizzare il proprio lavoro. A tale scopo, ciascuna istituzione scolastica individua una piattaforma che risponda ai necessari requisiti di sicurezza dei dati a garanzia della privacy1,tenendo anche conto delle opportunità di gestione di tale forma di didattica che sono all’interno delle funzionalità del registro elettronico, assicuri un agevole svolgimento dell’attività sincrona anche, possibilmente, attraverso l’oscuramento dell’ambiente circostante e risulti fruibile, qualsiasi sia il tipo di device (smartphone, tablet, PC) o sistema operativo a disposizione.

ByoD = bring your own device – portati il tuo device

Stiam parlando di INFRASTRUTTURA statale VS privati proprietari

Tradotto da https://highlights.sawyerh.com/highlights/Wi5FgG8ms2FtGzcJuvLA

Una definizione di infrastruttura
Sorting Things Out – Classification and Its Consequences

Geoffrey C. Bowker, Susan Leigh Star

Incorporazione. L’infrastruttura è affondata in, all’interno di, altre strutture, accordi sociali e tecnologie,
Trasparenza. L’infrastruttura è trasparente all’uso, nel senso che non deve essere reinventata ogni volta o assemblata per ogni compito, ma supporta invisibilmente quei compiti.
Portata o ambito. Questo può essere sia spaziale che temporale – l’infrastruttura ha una portata che va oltre un singolo evento o una pratica di un sito;
Appreso come parte dell’appartenenza. L’accettazione degli artefatti e degli accordi organizzativi è una condizione sine qua non dell’appartenenza ad una comunità di pratica (Lave e Wenger 1991, Star 1996). Gli estranei e i forestieri incontrano l’infrastruttura come un oggetto da conoscere. I nuovi partecipanti acquisiscono una familiarità naturalizzata con i suoi oggetti quando diventano membri.
Collegamenti con le convenzioni della pratica. L’infrastruttura modella ed è modellata dalle convenzioni di una comunità di pratica; per esempio, i modi in cui i cicli di lavoro giorno-notte sono influenzati e influenzano le tariffe e i bisogni di energia elettrica. Generazioni di dattilografi hanno imparato la tastiera QWERTY; i suoi limiti sono ereditati dalla tastiera del computer e quindi dal design dei mobili per computer di oggi (Becker 1982).
Incarnazione di standard. Modificata dallo scopo e spesso da convenzioni conflittuali, l’infrastruttura assume trasparenza collegandosi ad altre infrastrutture e strumenti in modo standardizzato.
Costruita su una base installata. L’infrastruttura non cresce de novo; lotta con l’inerzia della base installata e ne eredita punti di forza e limiti. Le fibre ottiche corrono lungo le vecchie linee ferroviarie, i nuovi sistemi sono progettati per la compatibilità all’indietro; e non tenere conto di questi vincoli può essere fatale o distorcere i nuovi processi di sviluppo (Monteiro e Hanseth 1996).
Diventa visibile al momento del guasto. La qualità normalmente invisibile di un’infrastruttura funzionante diventa visibile quando si rompe: il server è fuori uso, il ponte è saltato, c’è un blackout. Anche quando ci sono meccanismi o procedure di backup, la loro esistenza evidenzia ulteriormente l’infrastruttura ora visibile.
È fissata in incrementi modulari, non tutta in una volta o globalmente. Poiché l’infrastruttura è grande, stratificata e complessa, e poiché significa cose diverse a livello locale, non viene mai cambiata dall’alto. I cambiamenti richiedono tempo e negoziazione, e aggiustamenti con altri aspetti dei sistemi coinvolti.

Fonte: Star e Rohleder 1996.

Proposte di “solidarietà digitale” per la scuola pubblica

https://www.miur.gov.it/web/guest/servizi-per-le-scuole

perlopiù di aziende o di telecomunicazioni o di editoria tradizionale, fanno eccezione:

https://jami.net/first-jami-beta-with-swarm-support/

e

https://www.liberliber.it/benvenuto/

Intanto in Francia…

https://apps.education.fr/

yhuuuu!!!

Una piattaforma statale fatta in software libero:

  • etherpad
  • jitsi
  • peertube
  • wordpress
  • nextcloud

Esempi di servizi erogati da piccole aziende per la scuola

https://scuola.linux.it/fornitori/

FARE.polito.it

https://fare.polito.it/

Interviste ad Angelo Raffaele Meo e Mario Scovazzi.

Che altro succede?

Cyber-resilienza delle infrastrutture nazionali..

https://formiche.net/2021/09/cyber-e-digitale-cosi-metteremo-al-sicuro-litalia-parla-roberto-baldoni/

L’internet perde i pezzi.. il nostro internet perde i pezzi!?!

Puntata

Si parla di Hackrocchio a Torino, tra due settimane,

Panoramica del 9-10 aprile https://hackrocchio.org/programma/

Approfondimento sul doppio tentativo di censura a nota.info https://www.notav.info/post/tentativo-di-censura-contro-notav-info/

Commento dal collettivo Autistici.org sul mantenere le cose online per anni, tanti anni…  https://cavallette.noblogs.org/2022/03/9707

Traduzione di

Un’altra rete è possibile

April Glaser
Riguardo la memoria delle proteste noglobal a seattle 1999 e un futuro possibile..

https://hackordie.gattini.ninja/2022/03/unaltra-rete-e-possibile/

 

Musica in Creative Commons:

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/if-only

https://carsieblanton.bandcamp.com/album/love-rage-2021

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/adventure-darling

Un’altra rete è possibile

 

TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

03 AGOSTO 2019
Una foto di alcuni manifestanti di fronte a una fila di poliziotti antisommossa e una nuvola di gas lacrimogeni.
Manifestanti e poliziotti antisommossa alle proteste dell’OMC di Seattle nel novembre 1999. Foto di J.Narrin .

Un’altra rete è possibile

April Glaser

Indymedia ha definito una prima era di protesta in rete e ci ha mostrato un altro modo in cui il web potrebbe funzionare.

Le strade quella notte erano senza auto. Erano bloccati, ma non c’era comunque spazio per le auto. C’erano migliaia di persone fuori. Alcuni stavano correndo, altri erano bloccati a braccetto. Altri indossavano un’armatura completa: quella era la polizia di Seattle. I poliziotti indossavano elmetti con schermi per proteggerli dalle granate fumogene e dai gas lacrimogeni che stavano spruzzando direttamente sulla folla, costringendo le persone a tossire e piangere sul marciapiede, che era coperto di vetro dalle vetrine delle catene di negozi distrutte dai manifestanti in roaming. “Fai schifo, fottuto succhiacazzi”, urlò un uomo mentre un ufficiale di fronte a lui iniziava a sparare proiettili di gomma che lasciavano dolorose lividi sulle gambe e sulle braccia delle persone che colpivano.

Quella notte, il 30 novembre 1999, si sarebbe tenuta la cerimonia di apertura della Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio. Ma i manifestanti avevano preso il controllo della città, confinando i leader mondiali di oltre 150 governi che erano arrivati ​​a Seattle a partecipare al round di negoziati commerciali globali nelle lobby degli hotel. A un certo punto, l’azione si è spostata in una strada del centro dove un gruppo di giornalisti attivisti aveva allestito una redazione in una vetrina donata. Lo chiamavano Seattle Independent Media Center (IMC). Mentre il fumo addensava l’aria autunnale, i manifestanti si sono riversati all’interno per cercare rifugio dai gas lacrimogeni che rendevano quasi impossibile vedere e ancora più difficile respirare. I poliziotti hanno cercato di seguirli dentro, ma quelli all’interno hanno chiuso rapidamente le porte. Le loro telecamere giravano, filmando la polizia per tutto il tempo.

L’IMC di Seattle è stato rifornito di computer donati per caricare e modificare video e per scrivere articoli. Questo contenuto sarebbe stato quindi pubblicato su un sito Web, indymedia.org, che è stato pubblicato pochi giorni prima dell’inizio delle proteste. La motivazione dietro l’apertura di una redazione di attivisti, secondo Jeff Perlstein, uno dei fondatori dell’IMC di Seattle, era quella di fornire una prospettiva diversa sulle proteste rispetto ai media aziendali. “Non potevamo lasciare che la CNN e la CBS raccontassero queste storie”, ha detto Perlstein in un’intervista del 2000. “Avevamo bisogno di sviluppare le nostre alternative e le nostre reti. Ecco da dove è nata l’idea del media center: la necessità per le comunità di controllare il proprio messaggio”.

Ha funzionato. Durante le riunioni dell’OMC, i giornalisti dell’IMC hanno fornito una copertura aggiornata al minuto e prodotto segmenti video giornalieri. Il sito web di Indymedia ha registrato 1,5 milioni di visitatori unici nella sua prima settimana di attività, superando il traffico verso il sito web della CNN durante le proteste di Seattle.

Il successo del sito Web Indymedia e della redazione di Seattle IMC dietro di esso ha presto ispirato la formazione di IMC locali e siti Web in altre città del mondo, dove hanno duplicato la piattaforma di pubblicazione sviluppata per Seattle. Nel 2004, c’erano oltre 150 IMC gestiti autonomamente in una cinquantina di paesi in tutto il mondo, che gestivano tutti siti Web che si diramavano dalla nave madre: indymedia.org. Ciò che è iniziato a Seattle è diventato una rete.

Era l’inizio del millennio, quando il movimento anti-globalizzazione era in pieno svolgimento. Attivisti in Nord America e in Europa hanno organizzato grandi proteste contro le potenti multinazionali e gli accordi internazionali che hanno dato loro potere. I membri fondatori di Indymedia hanno capito che sconfiggere questo nemico avrebbe richiesto l’assunzione di alcuni dei suoi tratti. Un movimento per opporsi al capitale globalizzato e in rete doveva essere globalizzato e anche messo in rete. E questo significava collegarsi online.

Un Internet anticapitalista

Gli attivisti di Indymedia volevano costruire un sistema di media alternativo. Volevano usare Internet per aggirare il potere istituzionale. Ma non erano gli unici. Un altro gruppo più influente di pionieri del digitale negli anni ’90 aveva un’idea simile: i tecno-libertari, che sognavano di costruire un futuro digitale sconfinato in cui gli abitanti potessero creare le proprie regole, liberi dai confini del controllo del governo. La filosofia del tecno-libertarismo è stata articolata in modo più famoso dal paroliere dei Grateful Dead e co-fondatore della Electronic Frontier Foundation John Perry Barlow nella sua “Dichiarazione dell’indipendenza del cyberspazio”.

“I governi traggono i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Non hai né sollecitato né ricevuto il nostro… Il cyberspazio non si trova entro i tuoi confini”, ha scritto Barlow nella sua Dichiarazione, che ha scritto al World Economic Forum, di tutti i luoghi, a Davos nel 1996. Mentre gli organizzatori di Indymedia condividevano l’immagine di Barlow del cyberspazio come senza confini, antigerarchici e anti-istituzionali, erano guidati da una visione politica molto diversa.

Lo stesso anno in cui Barlow pubblicò il suo manifesto, il subcomandante Marcos offrì il suo. Marcos era il portavoce dell’Esercito di Liberazione Nazionale Zapatista (EZLN), un gruppo ribelle di indigeni principalmente poveri e rurali del Chiapas che prese le armi quando il Messico firmò l’Accordo di libero scambio nordamericano. Fin dall’inizio, l’EZLN ha usato Internet per spargere la voce sulla loro lotta mortale contro il governo messicano. Nel 1996, in una conferenza anti-globalizzazione tenutasi in Chiapas, Marcos ha esposto la sua visione di come i movimenti sociali potrebbero sfruttare Internet:

Faremo una rete di comunicazione tra tutte le nostre lotte e resistenze. Una rete intercontinentale di comunicazione alternativa contro il neoliberismo… Questa rete intercontinentale di comunicazione alternativa sarà il mezzo attraverso il quale le diverse resistenze comunicheranno tra loro.

Gli organizzatori che hanno continuato a costruire Indymedia hanno ascoltato questa chiamata. La “rete intercontinentale di comunicazione alternativa” di Marcos, come racconta Todd Wolfson nel suo libro Digital Rebellion: The Birth of the Cyber ​​Left , ha fornito l’ispirazione guida per la formazione di Indymedia.

Gli organizzatori di Indymedia sarebbero i figli di Marcos, non Barlow. Sebbene le due filosofie avessero punti di contatto, provenivano da luoghi di interesse diversi. Gli attivisti di Indymedia sarebbero d’accordo con i tecno-libertari sul fatto che non ci si può fidare dei politici e della polizia nelle loro reti. Ma non vedevano il cyberspazio come una frontiera aperta di individui non ostacolati dai governi . Piuttosto, gli attivisti vedevano il cyberspazio come un luogo per le comunità .

Hanno attinto da una storia di media comunitari e autopubblicazione radicale, che ha sottolineato la necessità per coloro che sono emarginati e messi a tacere dai media mainstream di condividere storie, coltivare solidarietà e costruire potere di base. Per Indymedia, Internet era un luogo di ritrovo: uno spazio non solo per la liberazione individuale ma anche collettiva, dove comunità e movimenti potevano comunicare, consolidarsi e formare una “rete di resistenza”, come diceva Marcos, contro il governo e il controllo aziendale.

Eppure è stata la visione di Barlow ad attrarre imprenditori come Eric Schmidt e Steve Wozniak, che speravano di ritagliarsi nuovi mercati in un mondo digitale svincolato dai confini nazionali e dalle normative governative. Per i tecno-libertari, un Internet sano era quello in cui le persone potevano fare e dire quello che volevano. La protezione dei diritti individuali di autoespressione ha la precedenza sulla protezione delle comunità emarginate, che, in pratica, non sempre possono godere degli stessi diritti.

Oggi, il tecno-libertarismo è terminato in un Internet aziendale, in cui gli individui possono esprimere quasi tutto ciò che vogliono, purché il loro discorso sia monetizzato da una manciata di grandi piattaforme. Solo di recente queste piattaforme sono state costrette a fare i conti con i problemi che affliggono da anni le comunità di utenti minoritari. Nel frattempo, aziende come Facebook e Google, piene di incitamento all’odio e finanziate dalla sorveglianza, non hanno una chiara comprensione di come soddisfare le esigenze di informazione della diversità degli utenti in tutto il mondo che dipendono da loro.

In contrasto con l’uomo di frontiera digitale della dichiarazione di Barlow, gli attivisti di Indymedia hanno costruito una piattaforma che ha dato la priorità alle comunità. All’interno di Indymedia, le comunità hanno creato i propri spazi online affidabili. I gruppi autonomi sono stati quindi collegati ad altri in una rete comune, con l’obiettivo di fornire supporto reciproco e una crescente resistenza al potere istituzionale.

Aprire le porte con la pubblicazione aperta

Quando Indymedia era al culmine tra il 1999 e il 2006, i nuovi IMC andavano online al ritmo di uno ogni nove giorni. Molti sono stati avviati per sostenere le proteste contro la globalizzazione, come a Seattle nel 1999. Il centro Indymedia di Miami, ad esempio, è nato nel 2003 all’indomani dell’incontro della Free Trade Area of ​​the Americas, quando sindacalisti, lavoratori agricoli e anti -manifestanti per la globalizzazione sono scesi in città per protestare contro i negoziati commerciali.

Sebbene molti IMC si siano formati in risposta ad azioni locali anti-globalizzazione, come quella di Miami, l’avvio di un nuovo sito Indymedia non era legato a quel movimento. L’IMC di Filadelfia, ad esempio, è emerso in preparazione alle proteste che circondano la Convenzione nazionale repubblicana nel 2000. Altri sono stati costruiti come punti vendita generici per l’attivismo locale. Uno dei primi progetti dell’IMC della Baia di San Francisco – in seguito noto come “Indybay” – era un elenco dei quarantacinque peggiori baraccopoli della città. I giornalisti di Indymedia hanno compilato l’elenco dopo aver intervistato e incontrato i difensori dei diritti degli inquilini locali in risposta all’aumento degli affitti durante il boom delle dot-com.

Sia che un IMC fosse stato avviato per coprire una protesta contro la globalizzazione o per fungere da avamposto dei media della comunità, una cosa che tutti condividevano era un sito Web con un certo livello di “pubblicazione aperta”. Ciò significava che aveva un’interfaccia utilizzabile che rendeva relativamente facile per chiunque postare sul newswire centrale. La maggior parte dei siti Indymedia aveva tre colonne (simile a Facebook oggi). La colonna di sinistra aveva un menu per la navigazione verso altri IMC locali. La colonna centrale era un feed di storie e la colonna di destra era solitamente riservata all’invio di un post o all’elenco degli eventi del calendario. “È stata la prima piattaforma di autopubblicazione che ho incontrato”, mi ha detto Lee Azzarello, che ha iniziato a lavorare con il centro Indymedia di New York City nel 2001 e ha aiutato con il supporto tecnico globale di Indymedia, facendo eco ad altri membri IMC che ho intervistato.

L’editoria aperta ha anche aperto le porte agli abusi. “Abbiamo avuto continue battaglie con i troll per tutto il tempo”, mi ha detto in un’intervista Mark Burdett, un veterano di Indymedia ed ex collega di EFF. Un modo chiave in cui i siti Indymedia hanno affrontato il trolling è stato avere una politica editoriale: i membri che hanno monitorato i post inviati al newswire hanno utilizzato la politica per decidere cosa fosse promosso ai vertici. Ma poiché più persone utilizzavano i siti Indymedia, più lo facevano anche i troll e gli spammer. Gli organizzatori di Indymedia alla fine hanno creato strumenti che rilevavano automaticamente lo spam o i contenuti che incitano all’odio da segnalare per la revisione prima che fosse consentito la pubblicazione.

I problemi con il trolling, tuttavia, non hanno mai eclissato il vero fascino dell’open publishing: ha fornito una piattaforma facile da usare che gli esperti non tecnologici potevano utilizzare per elevare le loro storie online. Gli attivisti avevano da tempo riconosciuto che le narrazioni distorte e i silenzi dei media corporativi facevano parte di ciò che dovevano combattere per aumentare la resistenza politica. Anche così, coloro che erano in grado di scrivere e pubblicare storie per contrastare i media mainstream erano relativamente pochi e rari, facendo affidamento sulla radio comunitaria e sulla televisione ad accesso pubblico, sulle newsletter o sui singoli blog.

Con Indymedia, migliaia di persone pubblicavano storie e condividevano foto e video in tutti i movimenti e in tutto il mondo. La base di codice open source di Indymedia, di cui sono emerse più versioni nel corso degli anni, era stata creata appositamente per questo scopo. Come Mansur Jacobi e Matthew Arnison, programmatori di software che sono stati fondamentali nello sviluppo del framework di pubblicazione aperta per Indymedia, lo hanno affermato nel primo post pubblicato sul sito di Seattle:

Il web altera drammaticamente l’equilibrio tra media multinazionali e attivisti. Con solo un po ‘di codifica e alcune apparecchiature economiche, possiamo creare un sito Web automatizzato dal vivo che rivaleggia con le aziende. Preparati a essere sommerso dalla marea di produttori di media attivisti sul campo a Seattle e in tutto il mondo, che raccontano la vera storia dietro la World Trade [Organizzazione].

L’architettura di pubblicazione aperta del sito presagiva le reti di social media che avrebbero cominciato a emergere anni dopo e che alla fine avrebbero incluso il modo in cui comunichiamo online.

La tecnologia passa in secondo piano

Sebbene la pubblicazione aperta sia stata la chiave del successo di Indymedia, gli aspetti tecnici da soli non sono stati ciò che ha attratto la sua base di utenti. Altrettanto importanti erano i valori anticapitalisti e centrati sulla giustizia. Sono venuto sul sito web del Tennessee Indymedia Center, tnimc.org, per scrivere e leggere storie su come le persone a Nashville, la mia città natale, stavano morendo a causa dei tagli all’assistenza sanitaria statale, su come l’estrazione del carbone avesse decimato intere montagne e inquinato le forniture idriche locali , su come la polizia stesse aumentando la propria presenza nelle scuole pubbliche.

I media aziendali locali all’epoca ignoravano questi problemi o, se li coprivano, non riuscivano a centrare coerentemente le voci delle persone e delle comunità colpite. Il nostro pensiero era che sarebbe stato terribilmente difficile cambiare la politica locale se i nostri vicini non sapessero cosa stava succedendo, e non potevamo contare sui media mainstream per far capire alle persone abbastanza da preoccuparsene. In questo modo, come giornalisti di base su Indymedia, il nostro lavoro è stato tattico . Stavamo riportando con un ordine del giorno.

Altri organizzatori e attivisti di Indymedia con cui ho parlato si sono sentiti allo stesso modo. “Il self-publishing è fantastico. Mi piace”, mi ha detto uno dei primi organizzatori di Indybay, che ha chiesto di rimanere anonimo. “Ma credo che il principale punto di forza di Indymedia fosse questa idea sui media tattici. C’è come uno scopo in quello che stai facendo che non riguarda solo la pubblicazione della tua storia”. Se nei primi anni 2000 eri in giro con i tipi Indymedia, ci sono buone probabilità che tu abbia sentito parlare del termine “media tattici”. Ciò che differenzia i media tattici da un’idea immaginaria di giornalismo puro è che i media tattici sono realizzati a sostegno di un progetto politico.

L’autonomia di ogni sito Indymedia ha dato agli attivisti giornalisti locali la flessibilità di supportare diversi progetti politici e di rispondere ai bisogni informativi della loro comunità. Nel 2005, ad esempio, l’IMC di Houston ha collaborato con il progetto radiofonico senza scopo di lucro Prometheus Radio Project per creare una stazione radio FM a bassa potenza presso l’Astrodome, dove sono state trasferite migliaia di persone sfollate dall’uragano Katrina. Come ha detto Tish Stringer, un membro fondatore dell’IMC di HoustonDemocracy Now all’epoca, “C’era una vera difficoltà nell’ottenere informazioni su cose di base come quando mangiare, dove mangiare, come portare mio figlio a scuola, come cercare lavoro, mezzi di trasporto – questioni davvero basilari… Attivisti dei media a Houston ne ha parlato e ha deciso che davvero la radio sarebbe stata il mezzo perfetto per affrontare questo problema.

In pochi giorni, gli attivisti di Indymedia sono stati in grado di assicurarsi tre licenze FM di emergenza a bassa potenza. Hanno distribuito piccole radio donate alle persone all’interno, hanno allestito uno studio in una roulotte Airstream nel parcheggio e hanno iniziato a trasmettere aiutando gli sfollati a trovare amici e familiari scomparsi. La stazione ha fornito informazioni critiche su come richiedere aiuto e ha trasmesso i resoconti di prima mano dei sopravvissuti che sono arrivati ​​​​dalla Louisiana al Texas. Gli attivisti dei media stavano aiutando ad alleviare la crisi dell’informazione collegando le famiglie nell’Astrodome, producendo nel contempo una copertura completa che le persone potevano seguire in tutto il mondo.

Internet non era nelle tasche di tutti all’inizio degli anni 2000 e, come illustrato dagli attivisti di Houston che trasmettono all’Astrodome, pubblicare online non aveva senso per raggiungere persone che non hanno le risorse per collegarsi online. Sakura Sanders, un’attivista anti-mineraria che ha lavorato a Fault Lines , il giornale cartaceo di Indybay, ha spiegato perché il loro collettivo Indymedia e tanti altri hanno ritenuto fondamentale gestire un giornale cartaceo: “L’online è ottimo per raggiungere le persone che già sanno di te . Ma questo era prima dei social media, quindi a meno che tu non andassi a Indybay deliberatamente, non è che avresti visto queste storie pubblicate su Facebook di qualcuno. Fault Lines era essenziale per andare oltre il coro. Lo lasciavamo in vari caffè e cose del genere.

Oltre ai giornali e alle stazioni radio, era comune per i siti web Indymedia gestire il proprio spazio fisico con un laboratorio informatico comunitario, stazioni di editing video, materiale artistico e una sala riunioni per l’organizzazione locale. I siti Indymedia erano collegati in rete online, ma essendo progetti principalmente locali, era essenziale esistere anche offline. Ciò era in parte dovuto al fatto che Indymedia era una creatura di un’era digitale precedente, prima dei social media e degli smartphone. Ma i benefici del localismo generato da questa strategia non dovrebbero essere persi per noi oggi: per servire le loro comunità, gli organizzatori dovevano essere presenti anche offline.

Collegamenti mancanti

L’ultimo post su indymedia.org è datato settembre 2017. Il sito Indymedia di New Orleans, neworleans.indymedia.org, è stato aggiornato l’ultima volta nell’ottobre 2013. Altri sono ancora abbastanza attivi, come il sito Indymedia utilizzato in tutta l’Argentina, argentina.indymedia.org , che viene aggiornato più volte alla settimana, a volte più volte al giorno. Quando ho visitato il sito Web del Tennessee IMC questa primavera, il dominio era scaduto. Ho mandato un messaggio al mio amico che ha aiutato a mantenere il sito. “Penso di aver dimenticato di pagare la quota annuale”, hanno risposto.

I siti Indymedia negli Stati Uniti hanno iniziato ad atrofizzarsi intorno al 2008. Il decentramento della rete ha avuto un doppio vantaggio. I punti vendita locali avevano l’autonomia per servire direttamente le loro comunità. Ma senza una responsabilità forte e centralizzata, spesso era difficile richiedere finanziamenti o sviluppare una leadership che aiutasse a garantire la sostenibilità. Nel 2002, ad esempio, una sovvenzione della Fondazione Ford è stata contestata a causa dei sospetti legami della fondazione con la Central Intelligence Agency, segnalati in un’e-mail di emergenza alla rete globale dall’IMC argentino poco prima che il denaro fosse accettato.

Anche le persone si sono esaurite. Come progetto di volontariato, coloro che avevano il tempo e le risorse per lavorare gratuitamente tendevano a provenire da un certo livello di privilegio. Una maggiore centralizzazione avrebbe potuto fornire gli strumenti necessari per la formazione alla leadership, il che avrebbe aiutato a coinvolgere nuovi volontari ea diversificare gli organizzatori principali.

Anche il movimento anti-globalizzazione che ha contribuito a dare a Indymedia un pilastro attorno al quale la rete potrebbe fondersi ha iniziato a indebolirsi man mano che le preoccupazioni politiche si sono spostate nel corso degli anni e gli organizzatori di Indymedia non sono mai approdati a un nuovo movimento che potesse unire e guidare il lavoro tattico del collettivo. Gli IMC hanno sempre coperto qualcosa di più dell’attivismo contro la globalizzazione e contro la guerra dei primi anni 2000, ma la rete libera ha beneficiato dell’avere un movimento sociale più ampio in cui poteva radicarsi.

L’attivismo contro la globalizzazione ha fornito uno scopo condiviso attorno al quale convergere a livello nazionale. Gli attivisti si sono incontrati durante le proteste in tutto il paese e gli IMC hanno soddisfatto un bisogno fornendo media e servizi tecnologici per il movimento. Quando Occupy Wall Street e Black Lives Matter sono entrati in scena negli Stati Uniti, i progetti Indymedia erano ormai agli sgoccioli da anni.

Domani, col senno di poi

Oggi i movimenti sociali dipendono da Facebook, Google e Twitter. È stato un enorme impulso in termini di organizzazione e raccolta di storie per raggiungere un nuovo pubblico. Queste piattaforme collegano anche utenti altrimenti disparati che condividono una critica politica per alzare la voce insieme per forzare il cambiamento istituzionale. Alcuni potrebbero chiamarlo un “mob di Twitter”. Altri lo vedono come uno strumento essenziale per la responsabilità quando non c’è altra leva da tirare, come creare un tumulto che persuada il New York Times a licenziare un editorialista di opinione per i suoi legami con un famigerato neonazista, o che spinge Google a sciogliere un’IA “comitato etico” perché comprendeva il capo transfobico della Heritage Foundation.

Ma molti sono anche consapevoli del fatto che affidarsi a società come Facebook e Google significa rinunciare al controllo su come comunichiamo. Qualcuno può ascendere per rappresentare un movimento online senza prendere effettivamente parte alla difesa di base per sostenerlo. Diventare virale dà l’impressione che un’idea stia prendendo piede, ma il flusso costante di informazioni richiesto per alimentare il coinvolgimento senza fine su questi siti significa che qualcos’altro è destinato a diventare presto virale. È difficile attirare l’attenzione di qualcuno.

“Le società di social media stanno guadagnando soldi dal duro lavoro che stiamo facendo, ed è svalutato il modo in cui ci organizziamo online”, si è lamentata con me Vanessa Butterworth, un’organizzatrice di giustizia ambientale in un’intervista. “All’epoca avevamo più comunicazioni di persona. E mi sento come se si presentasse, che sia per le strade o per organizzare riunioni o altro, sta lentamente morendo. È la connessione personalizzata che stiamo perdendo”.

Una rivitalizzazione di un progetto simile a Indymedia oggi non sarebbe mai un sostituto per le piattaforme che sono così intrecciate con le nostre vite. Ma potrebbe fornire un gradito rifugio, un luogo online meno legato agli interessi aziendali, dove gli attivisti di tutti i movimenti a livello locale e globale possono condividere storie, calendari e preoccupazioni senza alimentare Facebook e l’impero pubblicitario di Google.

Quando i movimenti sociali condividono le infrastrutture di loro proprietà, è più facile sostenersi a vicenda. Quando condividiamo lo spazio, possiamo iniziare a costruire il tipo di mondo verso cui ci stiamo battendo. Ciò può significare canali di comunicazione online che vietano il razzismo e forum che rispettano la privacy fin dall’inizio. Potrebbe significare costruire archivi per archiviare foto e video di movimenti social in modo tale che il riconoscimento facciale sia vietato, i file possano essere cancellati in qualsiasi momento e nessuno tragga profitto da ogni visualizzazione. Se mai c’è un futuro in cui possiamo iniziare a reimmaginare Internet come un bene comune, piuttosto che un centro commerciale con una manciata di piattaforme big-box che estraggono i nostri dati e il nostro tempo, costruire la nostra rete potrebbe essere un buon inizio.

Ma affinché qualcosa duri, deve essere usato. Una risorsa viene utilizzata quando serve a uno scopo e ci sono persone al centro che la mantengono forte. Se una nuova rete di sinistra viene costruita oggi, i suoi nodi dovrebbero sforzarsi di supportare una preoccupazione unificante su scala globale o nazionale, come l’immigrazione, la giustizia razziale o la distruzione ambientale, pur rimanendo profondamente collegati alle comunità locali e alle loro particolari esigenze informative. Ora potrebbe essere il momento perfetto per costruire qualcosa di nuovo. Le aziende che formano la nostra sfera digitale stanno affrontando una crisi politica. Sono diventati canali di odio violento in tutto il mondo e hanno reso le nostre elezioni terribili. Indymedia non dovrebbe essere replicato: non era neanche lontanamente perfetto. Ma il suo esempio ci ricorda che un Internet migliore è possibile, se siamo disposti a costruirlo.

 

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April Glaser è giornalista di tecnologia e economia presso Slate . In precedenza ha lavorato presso la Electronic Frontier Foundation, il Prometheus Radio Project, Radio Free Nashville e il Tennessee Independent Media Center. Vive a Oakland, in California.

Questo pezzo appare nel numero 8 di Logic , “Bodies” . Per ordinare il libro, vai al nostro negozio . Per ricevere numeri futuri, iscriviti .

 

Violenza digitale di genere, strumenti di autodifesa ed educazione al consenso

📣 Sabato 19 febbraio 2022

alle ore 18.30 allo Spazio Popolare Neruda (corso Ciriè 7) proseguiamo gli appuntamenti verso lo sciopero dell’8 marzo con un incontro dedicato al tema della violenza maschile e di genere nel digitale: cosa intendiamo quando parliamo di violenza online e quali sono le varie forme che questa assume? Quali sono gli strumenti di autodifesa che abbiamo e come diffondere una cultura del consenso? Quali risorse possiamo attivare per uscire dalla violenza online?

💥 Di questo e altro parleremo in un dialogo a più voci con Chayn Italia, Collettivo Clara e HacklabBO. Vi aspettiamo!

[💻 Per le persone che non possono partecipare in presenza garantiremo la possibilità di seguire l’incontro online, nei prossimi giorni daremo tutte le info necessarie!]

Internet and Feminist Internet

Poi ci faremo una puntata 🙂

Risorse utili per spiegare internet:

https://www.derechosdigitales.org/wp-content/uploads/que-no-quede-huella.pdf

Fonte: https://www.derechosdigitales.org/?s=que+no+quede+huella

https://afrisig.org/wp-content/uploads/sites/2/2019/09/Mallory-Knodel_Internet-architecture-and-protocols.pdf

Fonte: https://catnip.article19.org/

Feminist Internet

WHAT IS:

https://feministinternet.org/en/principles

Definizione di feminist servers:

What is a Feminist Server?

Intervista ad Constanz and Donostech with Femke Snelting and spideralex by
Cornelia Sollfrank

https://creatingcommons.zhdk.ch/wp-content/uploads/2020/06/Transcript-Femkespider.pdf

Secondo convening about feminist internet from APC

https://genderit.org/sites/default/files/firn_2nd_convening_2020_summary.pdf

Panel durante Privacy Camp 2022: A feminist Internet

Tutti i panel: https://streaming.media.ccc.de/privacycamp/relive

Gennaio, guerre di rete, omaggio

Ciao,

Oggi la nostra puntata radio la dedico tributo ad una nostra fonte di notizie,

per segnalarvi i podcast di Carola Frediani, sulla newletter di notizie cyber che tiene da qualche anno ed è sempre ben aggiornata.

https://guerredirete.substack.com/p/guerre-di-rete-signal-tra-innovazione

E vi linko l’ultima arrivata:

https://guerredirete.substack.com/p/guerre-di-rete-diplomazia-dei-ransomware

 

MUSICA IN Creative Commons:

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/be-good

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/pass-the-ball-and-sail-the-days

https://ziklibrenbib.bandcamp.com/track/nang-tani

 

Cyberfemminismo, esploriamo!

Puntata dedicata ai gruppi che da anni parlano, praticano, cercano il cyberfemminismo.

Partiamo da un appuntamento locale:

2 dicembre al Centro Delle Donne, Bologna

Incontro: https://women.it/news/gruppo-visionarie-digitali/


Definizione di cyberfemminismo dal sud America:

https://vita-activa.org/  TAG: mix cultura indigena e tecnologie

https://vita-activa.org/ciberfeminismo-y-tecnofeminismo/

Esempio:

Siempre Viva Ciberherbolaria

 


Documentos

Lima, febrero del 2021

Que metodologia utilizamos?
La construcción de este material se basó en metodologías de educación popular feminista.
Esto es el resultado de dos propuestas políticas: la educación popular y el feminismo.
La educación popular es una propuesta de Paulo Freire donde “señala que el continuum existente entre una y otra forma de conciencia puede recorrer mediante una educación que,
en lugar de domesticar y adaptar a la persona a su realidad, le ayuda a problematizar esta y a analizarla de manera crítica” (Cantera, 2012). Se basa en la construcción de procesos
de aprendizaje autodidactas en el que las sujetas reflexionan para transformar y/o accionar ante la realidad social. Parte de la idea de que todas tenemos algo que aportar, por lo tanto aprendemos unas de otras. Estos procesos de aprendizaje son permanentes, y en donde un posible error se transformará en “fuerzas generadoras”. Asimismo “se centra en las personas y sus procesos, tanto personales como colectivos” (Cantera, 2012).
La propuesta de educación popular feminista suma todos estos planteamientos y agrega uno de los postulados más importantes para los feminismos:,“lo personal es político”. Lo que conlleva a asumir estos procesos de aprendizaje de manera única y diferente a la vez, reconocerlos como graduales y que se generarán dependiendo los contextos de cada
persona o colectivo.En concreto la pedagogía popular feminista apuesta por formarnos, no por educar-
nos. Que aprendamos a conocernos de manera permanente y continua; y no solo con la mente, sino también con el cuerpo.
Plantea la formación/aprendizaje desde la horizontalidad, facilita la posibilidad de abordar las emociones -de esta forma se reconoce la subjetividad como una posibilidad
de generar conocimiento y, a la vez reconoce la experiencia personal de las mujeres.
Los feminismos al ser también un movimiento político enuncian y denuncian las opresiones por condiciones de género, clase, raza, territorio, y visibilizan las relaciones de
poder naturalizadas. Todo esto se ve reflejado en los procesos de formación popular feminista cuando se conforman grupos de estudio, talleres, conversatorios, y reuniones para
aprehender y aprender de la experiencia y conocimientos de la otra.


Quale metodologia usiamo?
La costruzione di questo materiale si è basata su metodologie di educazione popolare femminista.
Questo è il risultato di due proposte politiche: l’educazione popolare e il femminismo.
L’educazione popolare è una proposta di Paulo Freire che “indica che il continuum esistente tra una e un’altra forma di coscienza può essere attraversato per mezzo di un’educazione che,
invece di addomesticare e adattare le persone alla loro realtà, le aiuta a problematizzarla e ad analizzarla criticamente” (Cantera, 2012). Si basa sulla costruzione di un autodidatta processi di apprendimento autodidattico in cui i soggetti riflettono per trasformare e/o agire di fronte alla realtà sociale.
di fronte alla realtà sociale. Si basa sull’idea che tutti noi abbiamo qualcosa da contribuire, quindi impariamo tutti gli uni dagli altri.
impariamo gli uni dagli altri. Questi processi di apprendimento sono permanenti, e dove un possibile errore sarà trasformato in
l’eventuale errore sarà trasformato in “forze generatrici”. Inoltre “si concentra sulle persone e i loro processi, sia personali che collettivi” (Cantera, 2012).
La proposta di educazione popolare femminista somma tutti questi approcci e aggiunge uno dei postulati più importanti per l’educazione popolare femminista.
uno dei postulati più importanti per i femminismi: “il personale è politico”. Ciò significa assumere questi processi di apprendimento in modo unico e diverso allo stesso tempo, riconoscendoli come graduali e
I processi di apprendimento sono unici e diversi, sono riconosciuti come graduali e si genereranno a seconda dei contesti di ogni persona o collettivo.
In particolare, la pedagogia popolare femminista è impegnata a formarci, non a educarci. noi. Che impariamo a conoscere noi stessi in modo permanente e continuo; e non solo con la mente, ma anche con la mente.
con la mente, ma anche con il corpo.
Si avvicina alla formazione/apprendimento in modo orizzontale, facilita la possibilità di emozioni – riconoscendo così la soggettività come possibilità di generare conoscenza e, allo stesso tempo di generare conoscenza e, allo stesso tempo, riconosce l’esperienza personale delle donne.
I femminismi, essendo anche un movimento politico, enunciano e denunciano le oppressioni basate sul genere, la classe, il ceto e le condizioni politiche.
basate su condizioni di genere, classe, razza, territorio, e rendono visibili le relazioni di potere naturalizzate./rapporti di potere naturalizzati. Tutto questo si riflette nei processi di formazione popolare femminista quando si formano gruppi di donne.
Questo si riflette nei processi di formazione popolare delle donne quando si creano gruppi di studio, laboratori, conversazioni e incontri per
e imparare dalle esperienze e dalle conoscenze degli altri.


dalla CATALUNIA   https://donestech.net/manifiesto


Quindi documentiamoci e capiamo:

 

Risorse digitali femministe – 3°

Una nuova lista di risorze internazionali femministe, sia di sicurezza digitale, sia di sostegno psicologico per chi ha o sta vivendo molestie, sia guide su come reagire:

__update___ in fondo

https://vedetas.org/materiais/

https://soulmedicine.io/en/

https://www.chayn.co/

https://ciberfemgt.org/category/recursos/

https://www.radioslibres.net/ciberfem/ Leggi tutto “Risorse digitali femministe – 3°”